DAUNIA DUE SICILIE
  Coralli e Gioielli
 

CORALLI E GIOIELLI


tratto da "Le industrie nel Regno di Napoli di Gennaro De Crescenzo

 

Concludendo questa breve panoramica sui prodotti tra arte e artigianato non si può non citare la lavorazione del corallo, specie nella zona di Torre del Greco, che valse al Regno di Napoli il primo premio "per i coralli tagliati e incisi" alla Mostra Internazionale Industriale di Parigi del 185644. Fino al XVIII secolo il corallo veniva pescato e venduto sulla piazza di Livorno soprattutto a mercanti ebrei; solo successivamente si iniziò a lavorarlo, soprattutto dopo l'introduzione di nuove tecniche e nuovi strumenti inventati da un artigiano francese all'Albergo dei Poveri a Napoli (vera e propria struttura produttiva oltre che centro di assistenza sociale)45.

Quella della lavorazione fu un'attività diffusa soprattutto verso la fine dell'Ottocento in conseguenza della sovrapproduzione degli anni precedenti, del calo dei prezzi e della chiusura dei fertilissimi banchi di coralli di Sciacca in Sicilia.

40, comunque, le fabbriche per la lavorazione dei preziosi "cammei" e circa 300 le barche attrezzate per la pesca del corallo, continuando una tradizione che si cercò di difendere anche con provvedimenti singolari: nel 1835 il governo decise di esonerare i torresi dal servizio militare perché i giovani, abilissimi pescatori di corallo, "emigravano spesso per sottrarsi alla leva, portando la loro industria nei paesi stranieri e cagionando grave scapito alla popolazione di quel Comune".

A proposito della grande tradizione dei coralli a Torre del Greco sono significativi alcuni versi di un canto popolare torrese composto nel Settecento e musicato da Francesco Florimo nel 1836: «Sò quatt'anne ca partiste,/sò quatt'anne ca t'aspetto [...] Me diciste chillu juorno:/vaco a ppesca a lu ccurallo,/quanno tornno, t'aggio tutta,/t'aggio tutta cummiglià[...]Ma si tuorne e io sò morta/fa na croce de curallo/e a la fossa de la morta,/chella croce aie da pusà»46.

 

Restando nello stesso settore, venivano lavorate anche le pietre vulcaniche del Vesuvio e dell’Etna e “dei camei incisi in quelle pietre vulcaniche si adornavano le più gentili donne d’Italia, di Francia, d’Inghilterra e di tutto il Settentrione”. Anche i lavori di tartaruga e di osso vinsero la concorrenza francese e tedesca soprattutto “per gli smisurati pettini di unghie di bue che debbono oggi troneggiare sul capo di ogni donna gentile”. A Solofra era famosa una fabbrica di “oro falso” gestita da un Raffaele Di Majo.

L’argento era lavorato in forme che ricordavano “il gusto, l’eleganza, la precisione di disegno onde i nostri orafi si celebravano nell’età in cui il Cellini era maraviglia d’Italia e di Francia”; gioiellieri come il Sarno a Napoli, seguendo un’antica tradizione che trovò il sostegno anche di Carlo di Borbone realizzavano lavori in oro che “per vaghezza di disegno e solidità, vinsero negli animi gentili delle nostre donne l’antica e matta avversione per ornamenti non comprati a caro prezzo sulla Senna e sul Tamigi”47.

 

 

 
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