DAUNIA DUE SICILIE
  Il sud che poteva essere: L'industria e l'agricoltura
 

L'INDUSTRIA E L'AGRICOLTURA

Quali briganti e quali emigranti avremmo avuto se avessero assecondato lo sviluppo dei cantieri di Castellammare (il cantiere più grande e moderno d’Europa nel 1860) con i suoi 1800 operai?
A Pietrarsa avevamo la più grande fabbrica metalmeccanica con 1050 operai mentre l’Ansaldo a Genova ne occupava solo 480 e la FIAT non era ancora nata.
E se parlare di agricoltura o di pastifici può sembrare scontato, sembrano meno scontati gli oltre 2000 addetti complessivi delle ferriere di Mongiana in Calabria.
E sembra meno scontata la produzione di locomotive, rotaie, gru, motori o finanche di lavatrici (installate all’interno del Reale Albergo dei Poveri a Napoli e capaci di lavare fino a 1200 camicie al giorno)5.
Solo nel settore tessile si contavano 1200 fabbriche e 48.000 operai nel Mezzogiorno continentale.
Il settore chimico, farmaceutico e profumiero contava oltre 90 opifici e circa 3000 addetti e quale necessità ci sarebbe stata di partire dalla Calabria se solo Reggio esportava 200.000 libbre di olio di bergamotto ogni anno?
L’antica tradizione dell’industria conciaria regalava al Regno un altro primato: la produzione di 700.000 dozzine di paia di guanti (mentre nel resto dell’Italia se ne producevano solo 100.000).
Tra cultura ed economia, altri due dati oggi ci sembrano particolarmente significativi: solo a Napoli si stampavano il doppio dei libri stampati a Roma e a Firenze e circa 400 erano i titoli pubblicati annualmente nel Regno6.
E che prospettive avrebbe avuto la nostra industria alimentare, una delle nostre vocazioni industriali, con gli oltre 300 pastifici che esportavano in Italia, negli Stati Uniti, in Russia, in Germania, in Austria, in Svezia, in Tunisia, in Turchia o in Brasile?7 Produzione, quella della pasta, che ci valse un primato, insieme alla lavorazione dei coralli, alla Mostra Industriale di Parigi nel 18568.
 
Chiusero quasi tutte queste fabbriche perché fummo conquistati ed era normale che i conquistatori facessero di tutto per chiuderle e per farci diventare una loro colonia. Ed è normale che oggi anche pasta e pomodori vengano dal Nord.
Chiusero perché delle 600 locomotive occorrenti alle ferrovie italiane solo 70 furono ordinate a Pietrarsa. E agli operai della nostra antica fabbrica voluta da Ferdinando II «per affrancarci dal braccio straniero», quando si riunirono nel cortile per protestare contro i licenziamenti, spararono con le baionette: quattro di loro furono ammazzati e sono stati dimenticati anche se sono stati i primi martiri della storia operaia. Chiusero quelle fabbriche, vittime delle 34 nuove tasse del governo di Torino o schiacciate dalle politiche prima liberistiche e poi protezionistiche funzionali solo allo sviluppo delle industrie dell’Italia del Nord9.
 
Un discorso simile si potrebbe fare per l’agricoltura, risorsa economica di fondamentale importanza: la produzione agricola era aumentata negli ultimi dieci anni del 120% rispetto al 1750 e dell’80% dal 1830. Questo grazie alla coltivazione di terre prima improduttive o utilizzate come pascolo e per le grandi bonifiche volute da Ferdinando II: un milione di moggia bonificate solo tra il 1820 e il 1859. Uno degli ultimi provvedimenti di Francesco II (1 marzo 1860) era mirato proprio a favorire l’irrigazione e ad eliminare le terre paludose.
A questo proposito qualche studio più approfondito andrebbe fatto in relazione alla gestione e alla valorizzazione del territorio se pensiamo a Sarno, a quello che i Borbone fecero per tutta la valle e a quello che coloro che sono venuti dopo (dai Savoia ai nostri politicanti) non hanno fatto con le conseguenze che tutti, purtroppo, conoscono.
 
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